“Amo la cultura pop: i Rolling Stones, i Doors, David Lynch, questo genere di cose. Non mi piace ciò che è elitario. Amo i film del terrore, Stephen King, Raymond Chandler, e i polizieschi. Ma non è questo ciò che voglio scrivere. Quello che voglio fare è usarne le strutture, non il contenuto. Mi piace mettere i miei contenuti in queste strutture. Questa è la mia vita, il mio stile. Perciò non piaccio né agli scrittori di consumo né ai letterati seri. Io sono a metà strada, e cerco di fare qualcosa di nuovo.(….)
Scrivo storie strane, bizzarre. Non so perché mi piaccia tutto ciò che è strano, In realtà, sono un uomo molto razionale. Non credo alla New Age, né alla reincarnazione, ai sogni, ai tarocchi, all’oroscopo. (…..) Ma quando scrivo, scrivo cose bizzarre. Non so perché. Più sono serio, più divento balzano e contorto”
H. Murakami, 16/12/97
Parlare di Haruki Murakami è un piacere e una responsabilità. Un piacere – perché questo è il sentimento più immediato che l’addentrasi nelle sue opere procura , avvincendo per tutto il tempo della lettura con una curiosità sempre crescente e , contemporaneamente, desiderosa di non raggiungere mai la fine .Un piacere quindi che si vorrebbe condividere con chi è già suo ammiratore e, ancor di più, con chi non lo conosce ancora. Responsabilità – perché la piacevolezza non basta a spiegare la fascinazione che l’opera di questo scrittore esercita sui suoi lettori.
Qualcosa di molto più profondo e intrigante entra in azione calamitando l’attenzione su opere lunghe e complesse . Di questo qualcosa è necessario parlare con consapevole discernimento , tale da non fuorviare le attese di chi non lo conosce ancora ed evitando qualunque tipo di semplificazione. Vorrei cominciare a parlare di lui a partire dalla atmosfera delle sue narrazioni: un’atmosfera che lievita dolcemente sulle affollate metropoli giapponesi, assolutamente occidentalizzate, frenetiche, computerizzate. Eppure su di esse gravita uno spirito lento, sottile, indefinito: un’atmosfera antica, come la pioggia quando cade silenziosa, come la solitudine che afferra all’improvviso, come il crepuscolo che avvolge i ricordi. In questo contesto Murakami parla un linguaggio quotidiano, semplice. La assoluta straordinarietà sta nelle immagini che utilizza: metafore delle emozioni e dei sentimenti suscitati dai fatti quotidiani .Murakami li rappresenta allegoricamente, trasformando le vicende interiori in avventure a metà tra il trhriller e il fantascientifico, consegnandone il significato al lettore, che nel frattempo viene avvolto nello stupore, nella sorpresa, coinvolto dalla forza dei suoi effetti speciali. Non c’è in Murakami il “come se“, ma la rappresentazione concreta dei fatti dell’anima. Le avventure si muovono nel contesto della vita di ogni giorno , tra squilli di telefono e spaghetti da cucinare, tra lavatrici automatiche e canzoni di Bob Dylan e dei Beatles. E’ nella realtà più ordinaria che avvengono i fatti straordinari dei suoi romanzi. Può avvenire allora che un appuntamento di lavoro si svolga nei sotterranei di Tokio tra cascate d’acqua e tappeti di sanguisughe o che, per isolarsi meglio e potersi immergere nei propri pensieri, si possa scendere in fondo a un pozzo prosciugato, o che in un moderno albergo riscaldato e accessoriato l’ascensore, a un tratto, si fermi su un altro piano: sul vecchio e maleodorante Dolphine Hotel di un tempo remoto
“Mi accade spesso di sognare l’Albergo del Delfino. Dal sogno si direbbe che ne faccio parte in modo stabile. La forma dell’albergo appare distorta. E’ molto lungo e stretto. Tanto lungo e stretto da sembrare, più che un albergo, un lungo ponte coperto da un tetto. Un ponte che si estende, in tutta la sua lunghezza, dall’antichità alla fine del mondo. Io ne faccio parte. Lì dentro c’è anche qualcuno che piange. E io so che piange per me. L’albergo mi comprende dentro di sé. Riesco a percepire le sue pulsazioni e il suo calore. Nel sogno sono una parte dell’albergo”
Spinto da quel pianto, dal desiderio e dalla necessità di comprenderlo, il protagonista di Dance,Dance,Dance si lascerà andare dentro il suo sogno, fluttuando come in una danza nel territorio del simbolo, tra le emozioni perdute e la memoria di ciò che è stato, alla ricerca di una connessione tra ora ed allora spesso astrusa ed inquietante. Questa “qualità allegorica necessaria per semplificare l’esistenza umana” come fa dire lui stesso ad uno dei suoi protagonisti è veramente ciò che rende stupefacenti i suoi lavori. Gli scenari surreali nei quali si muovono con disinvoltura i suoi protagonisti sempre alla ricerca del senso delle cose, ma nel frattempo continuamente trattenuti nel non senso , deviati dal caso, riescono a sollecitare nel lettore un stato d’animo singolare e una partecipazione che lo conduce al di là del limite tra vero e fantastico, in un territorio dove questi due piani si confondono vicendevolmente, sfumando l’uno nell’altro. Una sorta di partecipazione mistica che direttamente li raggiunge al cuore e dove risuonano come fatti dell’anima, rendendosi capaci di illuminarsi di senso e di significato. Murakami li narra con il linguaggio del sogno. Con lui si diventa “lettori di sogni”.
Ogni suo romanzo è un sogno o un incubo da decifrare, o un’insieme dell’uno e dell’altro, che con il precedente ha un senso di continuità e di contiguità pur non essendo mai l’uno la continuazione dell’altro. Ma, come nelle catene di sogni che ogni terapeuta dell’anima conosce, si muovono le stesse ossessioni, gli stessi complessi, ritornano gli stessi elementi , si muovono gli stessi simboli. Ogni protagonista è sempre lo stesso protagonista, lo stesso io che si mette in scena, interpretando le varie parti di se stesso , che diventano figure, persone vive che con il resto cercano una possibile integrazione. Manca, almeno in modo dichiarato, una vera intenzione autobiografica anche se è facile pensare che il protagonista sia lo stesso autore che attraverso le diverse narrazioni riflette su se stesso, dialogando con il suo inconscio senza mai interpretarlo, ma lasciandosi condurre da esso nel mondo meraviglioso delle immagini:
“ Era come se mi trovassi sul fondo del mare, oppresso dal peso schiacciante del buio. Cercai di abituare la vista all’oscurità, ma era inutile. Non era un’oscurità superficiale a cui ci si adatta dopo un po’ di tempo. Era assolutamente impenetrabile, densa come strati su strati di vernice nera: istintivamente, mi frugai nelle tasche. Nella destra avevo portafogli e portachiavi, nella sinistra la scheda per aprire la porta della mia camera, un fazzoletto e qualche spicciolo. Tutte cose perfettamente inutili al buio. Per la prima volta rimpiansi di avere smesso di fumare: adesso avrei con me l’accendino o i cerini. Ma era inutile pensarci. Provai ad allungare la mano cercando il muro. Nel buio tastai una superficie verticale , dura. Era il muro, liscio e freddo. Troppo freddo per un muro del Dolphin Hotel, dove i climatizzatori mantengono sempre una temperatura ideale. Devo riflettere con calma, pensai. RIFLETTERE CON CALMA.”
E’ con linguaggio chiaro e senza eccessi che la situazione paradossale viene resa in modo assolutamente realistico. La discesa nelle profondità dell’inconscio avviene nel modo più contemporaneo possibile: un ascensore. L’autore si dilunga moltissimo nel descriverlo. E’il mezzo più usato per muoversi tra un piano e l’altro. Qui è il mezzo per trasportarlo in un altrove imprevisto e imprevedibile. Sono sempre brani tratti da Dance, Dance, Dance:
“Dov’ero? Non al Dolphin Hotel, di questo ero sicuro. Mi trovavo in un posto completamente diverso. Avevo oltrepassato chissà quale confine e ci ero entrato dentro. Chiusi gli occhi e respirai profondamente diverse volte.”
L’autore sembra conoscere a fondo tutti i meccanismi sottostanti il lavoro onirico ed è capace di utilizzarli con assoluta familiarità. Così come nel sogno, l’alterazione temporale e spaziale è quindi fatto consueto. Così come la contemporaneità di tempi lontanissimi tra loro, o la sovrapposizione di luoghi diversi. Nel sogno , che è il linguaggio dell’inconscio, le barriere logiche sono inesistenti, così come sono ancora vivi e presenti fatti avvenuti in epoche diverse, ben oltre la nostra limitata esistenza. L’uomo pecora è ancora in noi. Basta penetrare nei nostri sotterranei per ritrovare l’uomo arcaico che ci abita. Quasi sempre con Murakami, ciò che spinge la ricerca in questi bui sentieri è una figura femminile, il viaggio è sempre accanto ad una donna. Ne è l’ispiratrice, la guida, la salvezza.
“Come prima cosa, questa situazione corrisponde esattamente a quella descritta dalla ragazza. Sto ripercorrendo i suoi passi. Quindi non devo farmi prendere dal panico. Lei ci è passata e ne è venuta fuori da sola. Quindi posso farcela anch’io. Non c’è ragione di agitarsi. Devo fare quello che ha fatto lei.”.
Il protagonista , o i protagonisti hanno sempre accanto a sé una donna, spesso più d’una, come punto di riferimento, come alterità necessaria. Il femminile rappresenta la parte Anima, per dirla con la psicologia analitica, la controparte con cui è necessario aprire un dialogo per aprirsi a una visione più ampia da quella da cui si è partiti, integrando nella coscienza il principio opposto che essa rappresenta. Per questo il femminile è rappresentato anche nella sua forma enigmatica, seducente, spesso ambigua , come la Kano Malta e la Kano Creta dell’”Uccello che girava le viti del mondo”. Presenze indispensabili per muovere la coscienza del protagonista, portatrici di nuova conoscenza, ma anche di disorientamento. Ne la “ Fine del mondo e il paese delle meraviglie” è la ragazza della biblioteca che condurrà il protagonista a ritrovare i sentimenti sepolti:
“ Osservai a lungo il suo viso, senza parlare: Mi ricordava qualcosa. Smuoveva quietamente qualche morbido sedimento in fondo alla mia coscienza: Però non sapevo spiegarmi quella sensazione, le parole restavano impastoiate in una lontana oscurità”.
E’ lei che custodisce i vecchi sogni nella strana città protetta da una muraglia altissima ; lei che lo aiuterà a leggerli nei teschi degli unicorni, facendo piano piano leva sui sentimenti dimenticati, sul cuore, come continua a ripetere . Solo attraverso questo contatto costante con le emozioni sarà possibile ritrovare la propria parte perduta, la propria Ombra lasciata fuori dalle mura per non disturbare ed inquietare la parte che si è scelta, distruggendo quella calma finta e senza ombre che pervade la città.
“Di nuovo alzai gli occhi al soffitto, poi guardai la ragazza. Non c’era dubbio, il suo viso era strettamente legato a qualcosa che conservavo nel cuore. Qualcosa che mi turbava. Chiusi le palpebre e scandagliai il fondo del mio animo offuscato. Sentii il silenzio ricoprirmi come pulviscolo impalpabile.”
I viaggi proposti sono complessi e tortuosi. L’autore si muove a suo agio tra gli archetipi dell’inconscio collettivo in una geografia analitica sapiente pur senza alcuna intenzione intellettualistica . Ciò che parla in lui è l’esperienza, non la conoscenza. Il dualismo, la contraddizione, la perdita della propria stabilità, così come il ritrovamento della propria identità viene raccontata spontaneamente , con la naturalezza di chi è abituato a riflettere su sé stesso. Quasi sempre, a manovrare i fili dell’avventura sono figure maschili negative, sadiche, figure Animus inflessibili, per usare ancora la terminologia analitica , che chiedono al protagonista compiti impossibili, missioni impensabili. Penso al boss di “ Sotto il segno della pecora “ o al Professore scienziato del laboratorio sotto il suolo di Tokio. O ancora al cognato politico dell’ Uccello che girava le viti del mondo. Compiti ai quali è difficile sottrarsi, come se solo dal loro svolgimento si potesse compiere il destino necessario per pervenire ad un altro livello di coscienza. Solo quando le avventure straordinarie volgono alla fine, concludendosi sempre in modo ambiguo ed enigmatico così come sono cominciate , avviene infatti nel protagonista quel profondo riconoscimento che tutto quello che è avvenuto non è altro che una proiezione della propria coscienza:
“ Questo mondo è mio. E’ intorno a me che si erge la muraglia, è dentro di me che il fiume scorre, sono io che sto producendo quel fumo.”
Solo con il ritiro e il riconoscimento delle proprie proiezioni è finalmente possibile giungere ad accettare sé stesso e la propria normalità per quello che è, apprezzando e amando la propria vita
“Eppure, se avessi potuto ricominciare da capo, ero sicuro che avrei fatto le stesse identiche cose. Perché quello ero io: quella vita in cui continuavo a perdere tutto, nient’altro che me stesso, con tutte le persone che mi avrebbero lasciato, o che io avrei lasciato, con tutti i bei sentimenti e le magnifiche qualità e i sogni che sarebbero andati distrutti, o perlomeno che avrei dovuto ridimensionare.”
Murakami quindi si muove nel regno della vita psichica, all’interno del viaggio individuativo che ogni protagonista deve compiere per trovare sé stesso, e del suo proprio viaggio di individuazione che egli compie con la sua scrittura, con i personaggi che ha scelto per raccontarsi. Nella sua opera c’è la sua vita come la vita di tutti, la continua ricerca di un mondo possibile per esprimere la propria individualità , sempre sospesa tra realtà e sogno. Come l’amore, che in Murakami viene rappresentato come luogo costantemente altro, imprendibile anche quando lo si ha tra le mani, sempre sospinti a cercare altrove ed oltre quello che si ha già. Il luogo dove più dolorosamente si sperimenta la morte e la nostalgia , ma anche il luogo delle abitudini più consuete e più care. Tokio blues, La ragazza dello Sputnik, A sud del confine ,ad ovest del sole, sono le opere nelle quali l’autore si addentra più specificatamente nel sentimento d’amore con sensibilità e lucidità anche spietata analizzandone le contraddizioni, le fatiche, le delusioni: passaggi necessari per pervenire finalmente a un sentimento di estrema dolcezza che raggiunge l’anima e nutre il corpo.
Ogni viaggio è un percorso di metamorfosi che si compie tra demoni sotterranei e ambizioni metafisiche, nell’inquietante mondo della nostra coscienza scissa e tormentata, come ne La fine del mondo e il Paese delle meraviglie , fino all’incontro vero e pacificante con la propria autenticità. Ma affinché accada, è necessaria una particolare condizione di apertura e disponibilità al nuovo e al nulla, la capacità di lasciare accadere, aspetto che caratterizza tutti i protagonisti delle sue vicende manifestando forse nel modo più originario la sua “orientalità”: l’abbandono cioè della pretesa egoica di guidare il proprio destino, ma piuttosto la disponibilità a farsi guidare da esso con complicità attiva e creativa. Nelle storie intricatissime che Murakami ci propone non c’è urgenza di trovare la soluzione: i protagonisti sanno aspettarla, cogliendo tutti i segni che l’anticipano, ma contemporaneamente calandosi nello spaesamento e nella perdita dei riferimenti consueti, in uno stato di sospensione senza ansia o segnali di nevrosi. Dolore sì, sofferenza sì. Smarrimento e solitudine assoluta, ma fatte di una speciale sostanza, rareiforme e sottile. Per questo le sue narrazioni producono di riflesso nel lettore uno stato di apertura e di tensione analogo a quello del protagonista. Ma non è un’ansia, né un affanno. Piuttosto la piacevole esperienza di lasciarsi trasportare dentro quelle immagini “come se” fossero le proprie, perché quelle immagini appartengono al fondo archetipico di ognuno di noi.
“ In fondo alla coscienza di ognuno di noi c’è un nucleo che non possiamo percepire. Nel mio caso si tratta di una città. Una città dove scorre un fiume, circondata da una alto muro di mattoni. ………Io vivo lì. Anche se quel posto non l’ho mai visto con i miei occhi, quindi non so dirti altro.”
La lettura di Murakami riesce a superare quel muro, a togliere ad un uno quei mattoni, e a raggiungere piano, con discrezione , quel nucleo.
Lilia Di Rosa, 2005